Idee e riflessioni

2° Ritiro di Studi sulla Fotografia di Prato. Una riflessione

Giugno 20th, 2009 by Giovanna Gammarota | Posted in Fotografia, Incontri | No Comments »
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Siamo fotografi che pensano. Questa è la prima considerazione che mi viene da fare dopo il secondo Ritiro di Studi sulla Fotografia di Prato organizzato dall’Associazione Punto di Svista. Forse sarebbe più corretto dire: siamo “artisti” che pensano, dal momento che la fotografia è un’arte e questa dovrebbe essere la prima importante rivendicazione nei confronti di chi ne abusa per fini principalmente commerciali. Infatti l’artista fotografo dovrebbe potersi esprimere liberamente, con la propria idea e la propria personalità, senza dover ricorrere a operazioni di maquillage più o meno richieste imposte dal cosiddetto mercato.

Che significato ha avuto dunque questo evento? Non ho partecipato al primo incontro svoltosi lo scorso anno, pertanto non posso parlare di un’eventuale evoluzione dell’esperienza, su questo punto forse potrà illuminarci qualche altro esponente del gruppo, ma posso senz’altro affermare che si tratta di una dimensione decisamente “nuova” rispetto al solito cliché di iniziative sulla fotografia proposte dal normale mondo culturale che la circonda. E in cosa consiste questa novità? Si tratta finalmente della possibilità di esprimersi liberamente, da pari a pari in un contesto di immersione completa, sul tema: “cosa è la fotografia del nostro tempo e quale la posizione del corpo del fotografo nel mondo?”, innescando quindi una vera e propria discussione. E già perché della fotografia non si discute bensì si prende per oro colato tutto ciò che il “sistema fotografia” afferma.

 

Dunque non un workshop, non una scuola, non una lettura di portfolio. Questi sono i  “metodi tradizionali” attraverso i quali si continua a perpetrare la solita modalità che vede contrapporsi gli esperti appunto, leggi coloro che hanno in mano il mercato, e i fotografi i quali possono solo vedersi imporre stilemi e modi di imparare/accettare linguaggi che, dettati dalle mode, diventano necessariamente omologati. L’esperienza di Prato non è stato niente di tutto ciò. In effetti, i timori sulla capacità di autogestirsi senza dover ricorrere ad una guida, già espressi in un articolo di Maurizio G. De Bonis al termine del precedente ritiro non si sono del tutto dissipati anche se  credo che quest’anno la discussione sia stata più allargata pur essendo rimasta, a volte, una tensione convenzionale a cercare la figura del tutor, riconosciuta come inevitabile e a cui fare riferimento.

 

Personalmente mi ci sono voluti alcuni giorni per digerire ed elaborare quanto vissuto durante questo incontro. Alla fine il pensiero che vorrei cercare di esporre racconta di un senso della fotografia che va oltre il normale modo di intenderla, per capirci, e qui rimarco il concetto espresso in apertura: prima di tutto stiamo parlando di un’arte e non di un mestiere – questo è spesso, a mio parere, oggetto di confusione – e come tale la fotografia appartiene inevitabilmente alla sfera dei sentimenti e nulla ha a che vedere con la narrazione di fatti. In questo senso trovo che il reportage, tema dibattuto tra i partecipanti, abbia ucciso la fotografia. Non penso però che un fotografo possa dirsi artista se attraverso le sue immagini non emerge la propria poetica e se non riesce a svincolarsi da quelli che ormai sono divenuti i nuovi stereotipi dell’immaginario collettivo. Purtroppo sempre di più il reportage è visto come arte quando molto spesso si tratta solo di mestiere e alcuni autori hanno imposto il proprio modo di vedere il mondo rendendolo esteticamente univoco.

 

Se la fotografia deve essere un’arte essa dovrà, a mio parere, necessariamente partire da presupposti sentimentali e poetici ben definiti e tornare ad accostarsi a concetti ormai del tutto dissipati come per esempio il  “bello” e “l’armonia”, perché no!  E non stiamo parlando di estetica intesa come espressione di una forma gradevole, bensì come senso di “esperienza della conoscenza”, e qui cito l’amico e partecipante Pietro D’Agostino. Nemmeno possiamo pensare che tale estetica possa inquadrarsi in un ambito di astrazione particolarmente soggettiva proprio in virtù del fatto che dovrebbe cercare di uscire da quegli schemi precostituiti che vogliono classificare la pratica fotografica: per me ciò che è bello e armonioso equivale ad uno status vivendi, ha a che fare con le relazioni tra le persone, con lo stare bene in certi luoghi, magari solo perché ti ricordano qualcosa, in una parola ha a che fare con la memoria. La memoria è l’elemento che ti permette di continuare a vivere e l’arte, anche quella fotografica, non può prescinderne. Su questo punto si è proficuamente dibattuto ragionando anche con l’ausilio di film e documentari, attraverso i quali è stato possibile approfondire il concetto di percezione rapportato, anche scientificamente, alla capacità del cervello di vedere e ricordare.

 

Certo non è mancata l’analisi delle immagini dei partecipanti ma, anche qui, la novità è stata la modalità: tutti hanno potuto parlare di tutto. Apparentemente può sembrare un metodo che crea confusione; in realtà in questo modo, chiaramente disciplinato dal buon senso di ciascuno nell’intervenire, è stato possibile condividere e scambiarsi opinioni che hanno indubbiamente accresciuto la capacità critica di ognuno sia nei confronti del proprio lavoro che verso quello di altri. Il carattere assolutamente paritetico e non competitivo della discussione ha fatto si che venissero fuori le “viscere” e i “mal di pancia” di tutti nei confronti di uno stato delle cose apparentemente intoccabile.

 

Un’altra considerazione emersa e dibattuta, a volte con contraddittori significativi, è stata la leziosità dell’immagine nel senso di “pulizia dell’inquadratura”. Ecco: non è di questa bellezza che si vuole parlare! Spesso ci viene contestata la presenza di elementi fastidiosi in campo, ma in base a quali canoni espressivi? L’armonia e il bello sono dentro la fotografia nel senso interiore del termine. Non c’è alcun bisogno di produrre “belle” immagini, sarebbe come dire che un dipinto Pollock è brutto perché a prima vista non si capisce nulla. Su questo tema, nello specifico e personalmente, ho condiviso interessanti argomenti di discussione ai quali non avrei probabilmente avuto accesso senza il confronto con gli altri partecipanti.

E in effetti questo incontro ha cercato di dare voce al “non detto” che alberga in ciascuno di noi e che spesso non riusciamo a esprimere.

 

Per concludere, mi piace pensare all’esperienza di Prato come a un laboratorio, un’officina in cui si lavora tenendo presente antichi valori indispensabili a forgiare una nuova concezione dell’ immagine. Mi auguro che tutto questo abbia un seguito e possa crescere producendo iniziative ancora più coinvolgenti.

 

Articolo pubblicato anche su ©CultFrame 06/2009

 

 

I PARTECIPANTI al ritiro di studio sulla fotografia di Prato (maggio 2009)

Francesco Basili / Emiliano Cavicchi / Maurizio Chelucci / Alfredo Covino / Pietro D’Agostino / Maurizio G. De Bonis /  Giovanna Gammarota / Susan Kammerer / Orith Youdovich

 

LE FOTOGRAFE di cui si è discusso durante il ritiro

Elina Brotherus

Beatrix von Conta

Lisa Kereszi

Jessica Todd Harper

 

I FILM visionati e analizzati

La Vie de Bohème di Aki Kaurismäki

A bout de soufflé di Jean-Luc Godard

Leningrad Cowboys Go America di Aki Kaurismäki

 

LINK

PUNTO DI SVISTA. 2° Ritiro di Studi sulla Fotografia di Prato

CULTFRAME. Storia di un esperimento. Tre giorni sulle colline di Prato per riflettere sul senso del fare/studiare fotografia (1° Ritiro)

 

2° Ritiro di Studi sulla Fotografia di Prato

Maggio 20th, 2009 by Maurizio G. De Bonis | Posted in Fotografia, Incontri | No Comments »
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A distanza di sette mesi dal precedente esperimento, si rinnova l’appuntamento con il Ritiro di Studi sulla Fotografia di Prato.  La seconda edizione si prefigura come una sorta di punto di passaggio per mettere a fuoco ulteriormente lo spirito dell’iniziativa, spirito teso allo studio della Fotografia, intesa come complessa disciplina artistica del nostro tempo, e non solo delle opere di coloro i quali vi partecipano. Certo, il punto di partenza è rappresentato dai lavori degli autori presenti e dagli studi teorici su cui si dibatterà ma il corpo centrale del Ritiro sarà caratterizzato dallo scambio paritario delle opinioni e dall’approfondimento teorico svincolato dall’ossessione dei ruoli.


 

Il Ritiro di Studi sulla Fotografia è basato su un presupposto molto chiaro: non si tratta di un workshop, né di un seminario di stampo classico. Non esistono allievi e insegnanti. Nel senso che tutti i partecipanti, allo stesso modo, sono docenti e studenti, nel rispetto di uno spirito democratico che è il nocciolo reale di questa iniziativa. Attraverso i lavori dei membri del gruppo, nonché attraverso il lavoro analitico sull’opera di altri fotografi e cineasti, si cercherà di rintracciare gli elementi fondamentali del “fare fotografia”, attività che dovrà necessariamente svolgersi in assenza di qualsiasi pregiudizio e stereotipo sulla materia.

 

Lo scopo è quello di stimolare la creatività, di aprire le menti e di riportare il senso della fotografia alla dimensione filosofica e artistica dell’atto creativo, nella consapevolezza che ciò che conta è esclusivamente il binomio: stile/poesia. Ed anche nella convinzione di quanto sia fuorviante e rigida la banale definizione di “fotografo professionista”. Come emerso già dal primo Ritiro professionismo  è spesso sinonimo di aridità espressiva, di paletti castranti e di rincorsa all’iterazione stilemi e codici espressivi assolutamente ripetitivi e utili solo a un brutale commercio della fotografia che il più delle volte non ha nemmeno un riscontro degno di nota in un mercato italiano asfittico e provinciale. Stimolando l’identificazione di uno stile e di un nucleo poetico, il fotografo viene invece naturalmente spinto ad agire con professionalità, concetto ben diverso rispetto a quello di professionismo, parola dietro la quale, oltretutto, si celano quasi sempre falsi maestri e paura nei confronti del nuovo.

 

Questo secondo appuntamento si svolgerà presso l’Agriturismo San Giorgio di Prato, sotto l’egida dell’Associazione Culturale Punto di Svista, organizzazione nata per il volere di Orith Youdovich, Alfredo Covino e Maurizio G. De Bonis, i quali hanno già dato vita nei mesi di febbraio e marzo del 2009 alla serie di incontri/dialoghi tra autori denominata Immagini contemporanee.  Il ritiro di Prato è destinato esclusivamente al lavoro di ricerca e produzione artistica nel campo delle arti visive tecnologiche (con particolare attenzione alle tendenze contemporanee).

 

I partecipanti sono, quest’anno, nove. Francesco Basili, attualmente residente a Barcellona e concentrato su un lavoro di ricerca personale e fortemente poetica che porta avanti con rigore dal 2001; Emiliano Cavicchi, già autore di mostre personali a Roma e attivo nella scena fotografica romana, soprattutto nell’ambito del reportage; Maurizio Chelucci, fotografo in ambito multimediale e sperimentale, direttore artistico di Massenzio Arte e per due edizioni del Festival Fotoleggendo; Alfredo Covino, è autore di reportage e artefice di una fotografia dai risvolti umani che intende riscoprire la relazione enigmatica tra sguardo del fotografo e realtà circostante; Pietro D’Agostino, autore noto per il suo impegno nella fotografia astratta e particolarmente attento alla sperimentazione video e a ogni sviluppo anticonvenzionale del “fare fotografia”; Maurizio G. De Bonis, critico cinematografico e fotografico, saggista e curatore, direttore responsabile da nove anni di CultFrame – Arti Visive.

 

Giovanna Gammarota, fotografa milanese il cui lavoro si orienta verso la rappresentazione del paesaggio con l’intento di ridefinire il rapporto uomo/luogo/memoria; Susan Kammerer, fotografa sulla scena da molti anni e autrice non convenzionale di diverse mostre personali a Roma, nell’ambito di Festival e associazioni fotografiche, e anche nel quadro dell’attività di gallerie private; Orith Youdovich è curatrice, capo redattore dal 2000 della rivista CultFrame - Arti Visive; lavora da oltre venti anni come fotografa con particolare riferimento alla raffigurazione filosofica del paesaggio urbano e dei  “luoghi vuoti” delle metropoli internazionali.

 

Infine, Il lavoro che verrà svolto a Prato dal 28 al 31 maggio verrà successivamente riorganizzato criticamente in articoli che saranno pubblicati su CultFrame – Arti Visive e Punto di Svista e servirà da impulso per le successive attività pubbliche/divulgative dell’Associazione Culturale Punto di Svista.


     

Articolo pubblicato su ©CultFrame 05/2009
Il testo è di proprietà della testata giornalistica CultFrame. E’ vietato riprodurlo ed utilizzarlo, neanche in parte, senza preventiva autorizzazione della direzione

Fotografie di:

  

 

 

 

1 ©Susan Kammerer

2 ©Maurizio Chelucci

3 ©Francesco Basili

4 ©Giovanna Gammarota

5 ©Pietro D’Agostino

6 ©Emiliano Cavicchi

7 ©Alfredo Covino

8 ©Orith Youdovich

 

 

 

 

Come foglie: quando voce e immagini dialogano nel mare dei significanti

Marzo 16th, 2009 by Maurizio G. De Bonis | Posted in Video | No Comments »
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Non può esistere alcuna poetica audiovisiva se l’autore di un testo visuale non è in grado di articolare in modo personale gli elementi del linguaggio che utilizza.
Nel mondo del videoclip tale questione rappresenta una “faccenda irrisolta”. Esistono, infatti, alcuni stilemi consolidati e codificati, veri e propri schemi comunicativi incentrati soprattutto sulla velocità del montaggio e sul numero copioso delle inquadrature. Ciò che conta non è tanto evocare in modo appropriato i significanti prodotti da una voce quanto piuttosto riprodurre attraverso segni linguistici rassicuranti il codice all’interno del quale lo spettatore si può facilmente ritrovare. È per tale motivo che il vero problema del formato videoclip è attualmente quello della sostanziale sterilità della lingua audiovisiva (intesa come sistema di iterazione di codici sempre uguali a se stessi) sulla quale è costruito. In sostanza, molti videoclip finiscono per rispecchiarsi a vicenda producendo una sorta di ridondanza collettiva abnorme.
Come si potrebbe evitare ciò? Semplice, utilizzando un meccanismo creativo diverso. Proviamo a delinearlo: analizzare le caratteristiche di una voce, identificare la sua valenza profonda, e successivamente organizzare un sistema audiovisivo in grado di evocare il corpo sonoro di questa voce. Purtroppo, nella maggior parte dei casi molti cantanti (uomini o donne che siano) si esprimono attraverso un profluvio di significati derivanti dal senso del testo del brano. Tale massa di significati spesso è totalmente prevedibile (per non dire banale) e finisce per sminuire la forza comunicativa dello strumento che utilizzano: la voce, appunto.
Ebbene, Malika Ayane è sotto questo punto di vista artista sicuramente non convenzionale. È possibile affermare come il suo strumento espressivo naturale (la voce) sia una sorta di centro propulsore di significanti (non di significati), una macchina vocale (in senso beniano) che si manifesta attraverso le articolazioni, le sfumature e l’essenza stessa del suono. La “bellezza” (passateci questo termine non critico) di un’esecuzione di Malika Ayane è dunque costituita principalmente dall’emissione dei suoni, spesso coperti, bruniti, arrotondati e contraddistinti dalla stratificata complessità della voce e da un’impronta stilistica del tutto personale. Il significato del testo passa a nostro avviso in secondo piano, non perché non abbia un valore oggettivo, ma semplicemente perché secondario rispetto alla dimensione significante della voce, che in Malika Ayane è palese. Il nucleo poetico di un suo brano non è dunque rintracciabile nel senso delle parole ma nella voce, ovvero nella “phoné”.

Come realizzare dunque un videoclip in grado di non inquinare il mistero di questa complessità espressiva?
Certamente, non puntando solo ed esclusivamente sull’effetto codificato frutto di un’iterazione generalizzata, ma articolando una serie di segni in grado di dialogare con gli aspetti poetico/fonetici espressi dall’interprete in questione.
Il videoclip del brano “Come foglie” rappresenta sotto questo punto di vista una specie di opera emblematica poiché la struttura significante del testo audiovisivo è in perfetta sintonia con la natura significante della voce di Malika Ayane.
L’autore è Federico Brugia, regista pubblicitario tra i più sensibili a livello visuale del panorama internazionale.
Il cardine di questo videoclip è senza dubbio la dissolvenza al nero. Tale meccanismo, ripetuto morbidamente e in modo ciclico, sostiene il ritmo del brano con assoluta delicatezza e determina in chi guarda il rinnovamento di un’attesa. Ogni dissolvenza è una specie di piccola morte, di voluta sospensione del senso, di coitus interruptus, di inciampo, che annuncia una rinascita e una nuova piccola morte. Il tutto proprio per lasciare spazio alla voce.
Il videoclip acquista così, allo stesso tempo, una dimensione emotiva ed erotica. Le atmosfere malinconiche del brano sono giustamente misurate e ricomposte in un quadro espressivo in cui le inquadrature di Brugia giocano un ruolo centrale. Ogni immagine possiede al suo interno una sorta di abisso, di (sano) squilibrio controllato che permette al fruitore di trovare autonomamente la sua strada interpretativa. La macchina da presa si muove lentamente, a volte è lievemente instabile; il soggetto ripreso è sempre all’interno di una struttura compositiva dinamica subliminale, le sfocature sono semplicemente la traduzione visuale della parte emotiva che emerge anche dal colore e dal timbro della voce dell’interprete.
“Come foglie” è un raro esempio (per quel che riguarda la produzione italiana) di autonomia poetico/espressiva del formato videoclip, autonomia generata dall’incontro di una cantante (vera) e di un regista (vero) che evidentemente considerano i rispettivi linguaggi nei quali operano territori nei quali non esiste la tirannia del significato e in cui l’articolazione di una tecnica è funzionale a far emergere un potente lirismo interiore, onirico e, per fortuna, non del tutto decifrabile.

Flux Img 

Articolo pubblicato su ©CultFrame 03/2009
Il testo è di proprietà della testata giornalistica CultFrame. E’ vietato riprodurlo ed utilizzarlo, neanche in parte, senza preventiva autorizzazione della direzione


CREDITI

Brano: Come Foglie / Interprete: Malika Ayane / Album: Malika Ayane – Sanremo 2009 / Anno: 2009 / Etichetta: Sugar Music / Produzione: The Family / Regia: Federico Brugia 

LINK
Punto di Svista. 51, ovvero le immagini evocative di Federico Brugia

Il sito di Malika Ayane e il video

 

 

 

2. Immagini contemporanee - Dialoghi sulla fotografia / Spazi fisici, luoghi della mente

Febbraio 26th, 2009 by Maurizio G. De Bonis | Posted in Fotografia, Incontri | No Comments »
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venerdì 6 marzo 2009, alle 19.30

 

Presso MOCOBO – Centro per le arti e le culture

Via Pellegrino Matteucci 98, ROMA

 (metro piramide/garbatella, parcheggio Terminal Ostiense)

Telefono:  065747503

 

 “Spazi fisici, luoghi della mente”

Dialogo tra Samuele Bianchi e Orith Youdovich

 

Il terzo appuntamento della seconda edizione di IMMAGINI CONTEMPORANEE avrà luogo venerdì 6 marzo 2009 ed è denominato “Spazi fisici, luoghi della mente”.

 

 

Nell’ambito dell’incontro, moderato da Maurizio G. De Bonis, i fotografi Samuele Bianchi e Orith Youdovich raffronteranno due modelli soggettivi di raffigurazione concettuale del mondo interiore, tra riflessione personale e rielaborazione psicologica del vissuto.

Gli studi sulla questione della scelta di porzione di realtà da selezionare e sul concetto antifotografico di confine di Samuele Bianchi e le stranianti aperture visuali su una realtà anonima e apparentemente ordinaria elaborate da Orith Youdovich costituiranno motivo di confronto e discussione sul tema della relazione profonda tra sguardo umano, pratica della fotografia e proiezione della sfera interiore del’artista sulla realtà circostante.


Immagini contemporanee, dedicata al confronto di idee sul fare fotografia oggi, è giunta alla sua seconda edizione e nasce, oggi, dalla collaborazione e dall’unità di intenti di tre realtà culturali di Roma che operano nel settore delle arti visive e dell’organizzazione culturale: Mocobo - Centro per le Arti e le Culture, Punto di Svista - Associazione Culturale e Zone d’Ombra - Gruppo Fotografico. Lo scopo di Immagini Contemporanee è quello di stimolare il dibattito e il confronto aperto e democratico, sotto forma di dialoghi pubblici tra addetti ai lavori, fotografi, critici, operatori culturali, curatori, galleristi, cineasti, appassionati di arti visive e a chiunque voglia approfondire il proprio rapporto con la fotografia e il cinema.


Samuele Bianchi è nato nel 1967 a Lucca dove vive e lavora come grafico. Studia fotografia mentre frequenta il corso di pittura all’Accademia di Belle Arti di Firenze. In questi ultimi anni trova col mezzo fotografico un percorso artistico che gli permette di affrontare tematiche che nascono da un atteggiamento introspettivo. I suoi lavori sono stati pubblicati su riviste di settore, è stato invitato ad esporre al Toscana Foto Festival, al Museo Marino Marini nel 2006 e al Festival Internazionale di Roma nel 2007. Ha vinto il primo premio nell’ambito di “Ambiente Italia” XI e XIV edizione del Toscana Foto Festival - Massa Marittima 2003 e 2006; Secondo premio 7° Portfolio in Villa 9° Internazionale di Fotografia - Solighetto 2004. Ha esposto alla XII edizione del Toscana Foto Festival, Massa Marittima 2004; 9° e 10 Internazionale di Fotografia - Solighetto 2004 e 2005; 1° LeccoImmagifestival - Lecco 2005; III Premio Celeste - Museo Marino Marini - Firenze 2006; FotoGrafia - Festival Internazionale di Roma 2007; XV edizione del Toscana Foto Festival - Massa Marittima 2007; Palazzo Albertini – Forlì 2008; Rocca Ariostesca - Castelnuovo di Garfagnana 2008; Centro della Fotografia d’Autore – Bibiena 2008.

 


Fotografia di Orith YoudovichOrith Youdovich è fotografa e giornalista, diplomata in Fotografia presso l’Istituto Superiore di Fotografia di Roma. Nel 2000 ha fondato la testata giornalistica online CultFrame – Arti visive di cui è caporedattrice. E’ co-curatrice del blog TARBUT – Cultura e arte di Israele. Ha curato la mostra “Fotografia Israeliana Contemporanea” allestita presso il Museo Andersen della Galleria d’Arte Moderna di Roma e il libro omonimo edito da FPM Edizioni (2005). Ha co-curato la mostra “Cronache del quotidiano. David Perlov - Fotografie e Film” presso la Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma e Palazzo delle Esposizioni (2008). E’ stata consulente e ha contribuito all’organizzazione della mostra “Il corpo è il pensiero” del fotografo israeliano Simcha Shirman presso l’Istituto Superiore di Fotografia e Comunicazione Integrata di Roma (2007). E’ stata responsabile della sezione Cinema Israeliano del “Roma Kolno’a Festival - Ebraismo e Israele nel Cinema” svolto alla Casa del Cinema di Roma nel 2006. Ha esposto le sue fotografie in varie mostre: “Interno-Esterno” (Roma); “Mistery Train” (Roma); “Il Pigneto” (Roma); “Cortili e chiostri - angoli di vita nascosti della città” (Roma) e in mostre collettive: “Moravia - sulle orme dello scrittore in Ciociaria” (Sarajevo, Latina); “I centri storici della Calabria” (Scalea - CS); “Professionisti si diventa - immagini sul tema dell’incontro di culture diverse nei paesi della Calabria” (Roma). Ha vinto il primo premio della sezione bianco e nero al concorso “Chia - Passato e presente” (1993). Ha condotto un workshop di reportage fotografico con approfondimento teorico-analitico sulla figura e l’opera di Henri Cartier-Bresson e seminari sul linguaggio fotografico in relazione alle avanguardie storiche (futurismo, dadaismo, surrealismo).

 

 

ORGANIZZATORI

 

Con il patrocinio del Comune di Roma, Municipio Roma XI, Politiche culturali

 

Mocobo – Centro per le Arti e le Culture

Via Pellegrino Matteucci 98 – Roma

Telefono:  065747503

Email: Info@mocobo.com

Sito: http://www.mocobo.com

 

Punto di Svista – Associazione Culturale

Telefono:  334.8511811

Email: puntodisvista@gmail.com

Sito: http://www.puntodisvista.com

 

Zone d’Ombra – Gruppo Fotografico

Via dello Scalo di san Lorenzo 16 – Roma

E mail: info@zonedombra.it;  contatti@zonedombra.it

Sito: http://www.zonedombra.it 

 

La metafora del paesaggio nel Vangelo secondo Matteo di Pasolini e nelle immagini di Giovanna Gammarota

Febbraio 16th, 2009 by Maurizio G. De Bonis | Posted in Cinema, Fotografia | No Comments »
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Fotografia di Giovanna Gammarota

Fotografia di Giovanna Gammarota

Cosa significa per un fotografo ritornare nei luoghi nei quali un regista cinematografico ha girato una sua opera? Perché si sente l’esigenza di ripercorrere una strada già affrontata da altri? Perché si avverte la necessità di accostare il proprio sguardo a quello di un autore che lo ha preceduto?

Sono domande alle quali è molto difficile fornire risposte certe. Ciò che sembra palese è che ogni sguardo finisca inevitabilmente per nutrirsi di altri sguardi e che l’idea che possa esistere un artista visivo dallo sguardo totalmente “incontaminato” è semplicemente impensabile.

Nel caso di Giovanna Gammarota, l’impulso a fotografare la Lucania è venuto dal film di Pier Paolo Pasolini Il Vangelo secondo Matteo. Ma andiamo con ordine.

 

Frame da Il Vangelo secondo Matteo di Pier Paolo Pasolini

Frame da Il Vangelo secondo Matteo di Pier Paolo Pasolini

Lungometraggio di capitale importanza nel panorama cinematografico europeo, questo lavoro di Pasolini possiede le sue più grandi qualità senza dubbio in ambito registico e stilistico. A parte le motivazioni culturali e intellettuali che hanno spinto il grande scrittore/regista a tradurre in immagini in movimento uno dei Vangeli, la questione fondamentale risiede nel linguaggio. Il film è sostanzialmente scritto attraverso lo sguardo, e dello sguardo umano possiede tutte le caratteristiche. E tali caratteristiche sono sistematicamente tradotte in segni visivi attraverso la macchina da presa e l’articolazione di una nuova sintassi audiovisiva. Pasolini ha rielaborato la “febbre del guardare” che caratterizza ogni essere vivente (o quasi). A ciò si aggiunge anche una rivoluzionaria consapevolezza dell’uso degli obiettivi che gli ha permesso, anche grazie al montaggio, di edificare un tessuto espressivo di rara complessità, ma anche di assoluta semplicità comunicativa.

 

 

Questa architettura linguistica è servita da base di sostegno all’indirizzo visuale che l’autore ha voluto dare alla sua opera, un indirizzo concentrato sul concetto di “analogia visiva”, rispetto ai luoghi dove presumibilmente si svolsero i fatti raccontati dal Vangelo di Matteo. È noto come il film non sia stato girato in Israele o nei territori palestinesi, ma nel sud dell’Italia. Nonostante avesse fatto dei sopralluoghi in Medio Oriente, Pasolini scelse la Basilicata, ma non solo, come location. Era inizialmente andato nei territori dei Vangeli perché spinto, evidentemente, da un preconcetto e perché aveva immaginato che Israele degli anni sessanta fosse il luogo naturale nel quale ambientare il film. Ma alla fine, così non fu. E’ interessante notare come l’autore di Accattone abbia privilegiato l’analogia (come somiglianza) alla “ricostruzione filologica”, poiché ciò che gli interessava veramente non era tanto riprodurre fedelmente i luoghi, in senso realistico, quanto piuttosto evocarli in senso mitico. In Basilicata, Pasolini ritrovò quell’atmosfera pre-storica, mitica e pre-culturale che In Israele non era riuscito a rintracciare. 

Su questo articolato sistema creativo si è ulteriormente innestato lo sguardo di Giovanna Gammarota che, rispettando il suo personale indirizzo stilistico ha cercato, come già detto, di accostarsi allo sguardo pasoliniano tentando di cogliere la forza evocativa dei luoghi e dei paesaggi.  In particolar modo, è chiaro come Giovanna Gammarota abbia preso spunto, per analogia, dalle magnifiche inquadrature pasoliniane, portando alla luce, oggi a distanza di oltre quaranta anni dalla realizzazione del film, la potenza mitica e pre-storica di zone di un’Italia che ancora appaiono simboli di una pre-cultura in totale estinzione.

Le fotografie di Giovanna Gammarota sono dunque elaborazioni (non importa se consce o inconsce) di un precedente testo basato sul concetto di analogia dei paesaggi. È da notare che tale passaggio progressivo non sta a indicare una mancanza di originalità da parte di Giovanna Gammarota. Questo sarebbe un falso problema e un errore di analisi. La fotografa milanese ha invece colto a pieno lo spirito profondo dell’immagine fotografica e, con assoluta sensibilità, ha saputo entrare in sintonia con l’impulso istintivo che, di fatto, nutre lo sguardo dell’uomo fin dalla nascita delle prime forme di espressione artistica. 

Il paesaggio, in definitiva, è al centro delle operazioni espressive sia di Pasolini che di Gammarota, paesaggio inteso come vero e proprio personaggio che non vuol esprimere solo un banale senso di  bellezza; intende invece manifestare il risultato di un processo metaforico all’interno del quale il paesaggio stesso è il rovescio della medaglia della condizione interiore dell’autore visuale che l’ha elaborato. Nelle immagini di Giovanna Gammarota c’è la raffigurazione della stessa fotografa, così come nelle inquadrature e nelle infinite panoramiche de Il Vangelo secondo Matteo c’è Pierpaolo Pasolini. 

Per tale motivo, Giovanna Gammarota ha compreso pienamente il senso del fare fotografia, che non risiede tanto nell’invenzione compositiva/estetizzante fine a se stessa quanto piuttosto nella rielaborazione individuale e metaforica di un senso di sacralità arcaica (che nulla ha a che fare, sia chiaro, con le religioni codificate) che è da interpretare in chiave lirica e politica e che fa parte di un patrimonio collettivo che la cultura borghese e la religione, intesa come insieme oppressivo di regole precise,  non hanno mai potuto cancellare.

 

Articolo pubblicato su ©CultFrame 02/2009
Il testo è di proprietà della testata giornalistica CultFrame. E’ vietato riprodurlo ed utilizzarlo, neanche in parte, senza preventiva autorizzazione della direzione.

 

LINK:

2. Immagini contemporanee - Dialoghi sulla fotografia. Il Vangelo secondo Matteo di Pasolini tra evocazione e memoria visiva. - http://www.puntodisvista.com/2009/02/immagini-contemporanee-il-vangelo-secondo-matteo-di-pasolini-tra-evocazione-e-memoria-visiva/

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

2. Immagini contemporanee / Il Vangelo secondo Matteo di Pasolini tra evocazione e memoria visiva

Febbraio 12th, 2009 by Orith Youdovich | Posted in Cinema, Fotografia, Incontri | No Comments »
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venerdì 20 febbraio 2009, alle 19.30

 

Presso MOCOBO – Centro per le arti e le culture

Via Pellegrino Matteucci 98, ROMA

 (metro piramide/garbatella, parcheggio Terminal Ostiense)

Telefono:  065747503

 

 “Il Vangelo secondo Matteo di Pasolini tra evocazione e memoria visiva”

Dialogo tra Giovanna Gammarota e Maurizio G. De Bonis

 

Non v’è alcun dubbio sul fatto che la figura di Pier Paolo Paolini abbia rappresentato per l’Italia un esempio cristallino di lucidità e rigore intellettuale ineguagliabile. Il suo sguardo sul nostro paese è ancora oggi assolutamente attuale. Il suo cinema ha rappresentato l’evoluzione di un linguaggio, quello audiovisivo, verso una concezione poetica che affondava le sue radici nell’idea del Mito, della pre-storia, della grazia umana del sotto-proletariato.

 

Su tale questione dialogheranno Giovanna Gammarota, fotografa, e Maurizio G. De Bonis, critico cinematografico e fotografico.

Giovanna Gammarota esporrà tramite uno slide show il risultato di un lavoro fotografico sulle orme di Pasolini, realizzato nei luoghi della Basilicata nei quali il grande regista/scrittore girò gran parte de “Il Vangelo secondo Matteo”.

Gammarota e De Bonis affronteranno nel loro dialogo, sostenuto anche dalla visione di alcune sequenze de “Il Vangelo secondo Matteo”, la questione riguardante l’influenza che uno scrittore e artista visuale come Pasolini ha avuto, e continua ad avere, sulla produzione audiovisiva italiana. In particolar modo, Giovanna Gammarota parlerà delle potenziali connessioni tra le sue immagini e la spinta intellettuale e creativa scaturita dalla sua personale interpretazione de “Il Vangelo secondo Matteo”.

 

 

Immagini contemporanee, dedicata al confronto di idee sul fare fotografia oggi, è giunta alla sua seconda edizione e nasce, oggi, dalla collaborazione e dall’unità di intenti di tre realtà culturali di Roma che operano nel settore delle arti visive e dell’organizzazione culturale: Mocobo – Centro per le Arti e le Culture, Punto di Svista – Associazione Culturale e Zone d’Ombra – Gruppo Fotografico.

Lo scopo di Immagini Contemporanee è quello di stimolare il dibattito e il confronto aperto e democratico, sotto forma di dialoghi pubblici tra addetti ai lavori, fotografi, critici, operatori culturali, curatori, galleristi, cineasti, appassionati di arti visive e a chiunque voglia approfondire il proprio rapporto con la fotografia e il cinema.

 

 

Fotografia di Giovanna Gammarota

Fotografia di Giovanna Gammarota

   

 

Giovanna Gammarota

 

 

 

 

 

 

vive e lavora a Milano.  Comincia il proprio percorso creativo scrivendo scarni racconti ispirati alla prosa di Raymond Carver. All’inizio degli anni Ottanta frequenta corsi di regia cinematografica. Ma è soltanto dopo l’incontro con il cinema in bianco e nero di Wim Wenders e le sue rarefatte fotografie realizzate per il film Paris Texas, che comincia a pensare alla fotografia come mezzo di espressione creativa. L’approccio è autodidatta, nel 1994, dopo aver frequentato un corso la storica galleria il Diaframma di Milano, comincia una sua personale ricerca caratterizzata da immagini che cercano di dare forma al vuoto e al silenzio misurandosi con la dimensione della memoria. La fotografia diventa così il suo veicolo prediletto d’espressione che non l’abbandonerà più. Nel corso di questi anni i luoghi fotografati sono stati privati di ogni orpello superfluo, il paesaggio viene così svelato nella sua dimensione più minimale, raccordandosi finalmente con i brevi racconti all’origine del suo percorso creativo. Tra le sue esposizioni ricordiamo: Donna fotografa, (1995 colletiva, Milano); Là fuori, (1996 personale, Milano); Tempo fermo, (2003 personale, Milano); Sopraluoghi in Lucania. Sulle tracce del “Vangelo secondo Matteo” di Pier Paolo Pasolini, (2007 personale, Carpi e Milano, 2008 Roma); The place of inspiration, (2008 collettiva, New York).

 

Frame dal film Il Vangelo secondo Matteo di PierPaolo Pasolini

Frame dal film Il Vangelo secondo Matteo di PierPaolo Pasolini

   

 

Maurizio Giovanni De Bonis

 

 

 

 

 

 

svolge da molti anni attività di giornalista culturale, critico cinematografico e delle arti visive. Fondatore e direttore responsabile di CultFrame – Arti visive, testata giornalistica online dedicata al cinema, alla fotografia e all’arte contemporanea. Segretario del Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani – SNCCI, direttore di CineCriticaWeb, sito web del SNCCI.  Scrive di cinema su CineCritica (versione cartacea) e pubblica recensioni di film su Cinema.it di cui è redattore da oltre dieci anni. È co-curatore del blog TARBUT – Cultura e arte di Israele. Nel 2007 ha pubblicato il libro “L’immagine della memoria - La shoah tra cinema e fotografia” (Onyx Edizioni, Roma). In qualità di curatore, nell’ambito di FotoGrafia-Festival Internazionale di Roma, ha allestito le mostre “Il corpo è il pensiero - Ritratti, autoritratti e nudi femminili” - fotografie di Simcha Shirman (Istituto Superiore di Fotografia e Comunicazione Integrata, Roma 2007); “Cara Moldova” - Fotografia di Alfredo Covino (Biblioteca Rispoli, Roma 2008); “Cronache del quotidiano” - Fotografie e film di David Perlov (Galleria Nazionale d’Arte Moderna, Roma - Palazzo delle Esposizioni, Roma 2008). Nel 2006 è stato l’ideatore e il direttore artistico del “Roma Kolno’a Festival - Ebraismo e Israele nel cinema” (Casa del Cinema, Roma). Svolge attività di docenza nell’ambito del Master in Critica Giornalistica organizzato dall’Accademia d’Arte Drammatica Silvio D’Amico, Roma e nel corso di Visual Art presso l’Istituto Superiore di Fotografia e Comunicazione Integrata di Roma.

 

ORGANIZZATORI

 

 

Mocobo – Centro per le Arti e le Culture

Via Pellegrino Matteucci 98 – Roma

Telefono:  065747503

Email: Info@mocobo.com

Sito: http://www.mocobo.com

 

Punto di Svista – Associazione Culturale

Telefono:  334.8511811

Email: puntodisvista@gmail.com

Sito: http://www.puntodisvista.com

 

Zone d’Ombra – Gruppo Fotografico

Via dello Scalo di san Lorenzo 16 – Roma

E mail: info@zonedombra.it;  contatti@zonedombra.it

Sito: http://www.zonedombra.it

 

51, ovvero le immagini evocative di Federico Brugia

Gennaio 28th, 2009 by Maurizio G. De Bonis | Posted in Fotografia | 2 Comments »
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Copyright Federico Brugia

Copyright Federico Brugia

Analizzo e studio il lavoro registico di Federico Brugia ormai da diversi anni. L’aspetto che mi ha sempre colpito degli spot da lui firmati è l’evidente forza evocativa delle sue inquadrature e la sua capacità di fornire a ogni immagine un’impostazione enigmatica, misteriosa, onirica e dunque altamente lirica. Se ci soffermiamo sul fatto che stiamo parlando di frame concepiti per pubblicizzare dei prodotti commerciali ci possiamo rendere conto di come sia facile, studiando e criticando il sistema della comunicazione visuale contemporanea, cadere in banali e vacui moralismi. La questione è significativa, poiché come ho affermato nella riflessione intitolata Per una fotografia liberata dalle immagini sarebbe necessario liberare la produzione audiovisiva proprio dalle immagini stesse, cioè dagli stereotipi consumistici che abbondano, ad esempio, proprio nella fotografia contemporanea (anche di impostazione sociale).

Tali stereotipi, anche se ciò potrebbe apparire paradossale, non sono riscontrabili nelle regie pubblicitarie di Brugia, il quale, infatti, non procede creativamente mettendo uno dopo l’altro luoghi comuni visuali ma concependo invece inquadrature evocative, in grado di manifestarsi non come segni ripetitivi ma come flussi improvvisi e spontanei di significanti. Ciò vuol dire che lo stereotipo visuale/consumistico non è determinato dal campo espressivo in cui si opera (cinema, pubblicità, fotografia, video) ma dalla spinta creativa che guida il lavoro di un autore. Il consumismo visivo non ha nulla a che fare con questioni di carattere commerciale/economico/industriale quanto piuttosto con la pratica nefasta della ricerca di immagini riconoscibili, e dunque consolatorie (e dunque di regime), che semplicemente ripropongono rigidamente il già visto, il già ripreso, il già consumato. Le inquadrature di Brugia sono invece “imprendibili”, non rassicuranti, surreali, fantastiche, indecifrabili, in sostanza autenticamente vere poiché aprono un canale di comunicazione con il più abile elaboratore/propulsore di immagini che possa esistere: il nostro inconscio.